Paolo David

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21 – part2

Ecco la seconda parte di 21. Dentro trovate il link alla prima parte. Settimana prossima la chiusura del racconto.

 

CLICCA QUI PER LEGGERE LA PART 1 DEL RACCONTO

 

Tenendosi aggrappata ad un passamano, Martina scese lentamente le scale dell’ambulatorio. Avrebbe tanto preferito un supporto morale piuttosto che fisico, e di gradino in gradino si chiedeva Francesco dove fosse. La sua reazione così sprovveduta l’aveva stupita. Mai prima di allora quelle parole, quella rabbia avevano preso piede in suo marito. La loro vita matrimoniale poteva dirsi molto “soft”. Amanti entrambi della quotidianità, il pacchetto standard casa-lavoro a andava loro più che bene: un cinema ogni tanto (solo film italiani, perché il resto “è altra cosa”), la domenica in famiglia una volta di lui, l’altra di lei, i sabati al parco a ridere dei sorrisi, le cadute ed i pianti di quelle ciliegine che mancavano ancora sulla torta del proprio matrimonio.

“Se ne vengon due li chiamiamo come il mi babbo e la tu mamma”.

“No, io preferisco mettergli tanto uno di quei nomi moderni” rispondeva Martina, toccando appositamente un tasto dolente a Francesco per farlo arrabbiare un po’.

“Ma tu’ se’ grulla. Tra tanti nomi belli, classici, italiani dovremmo chiamar i nostri figlioli Chantal e Brignon, cha paiono due liquori del ‘78”.

Lui a fare le sue proposte, lei a cercar di tradurle nel linguaggio delle soap. I loro discorsi tra una giostra ed una panchina, conclusi sempre con la speranza di poter comunque un giorno arrivare al momento della scelta.

E adesso che tutto si stava per realizzare, quella novità che nessuno di loro aveva previsto.

 

Il Doblò bianco di Francesco stava parcheggiato davanti l’ingresso. Lui da dentro apre la portiera e Martina silenziosamente vi entra senza aprir bocca. Sembra quasi di non essere più nel mese di Maggio. Il freddo che si respira dentro quel cubo a quattro ruote gela la lingua e qualsivoglia discorso. La battaglia dell’orgoglio non ha vinti né vincitori. Solo comparse temporanee di una ragione che serve a far contento il proprio ego.

 

“Sono veramente senza parole Fra’, per la prima volta in vita mia mi sono vergognata di te. Come cazzo ti permetti ad usare quel tono e quelle parole per rivolgerti a nostro figlio” disse urlando contro suo marito.

“Parlo come mi pare e piace, e se proprio lo vuoi sapere le ripeterei mille altre volte. Sono stanco Martina. S-T-A-N-C-O. Non ci bastavano già i nostri problemi, ora tu vuoi pure averne di altri”.

“Ma stiamo parlando di una vita, Francesco. Un bambino. Mica di un oggetto qualsiasi. Stiamo parlando di nostro figlio, che è tale a prescindere da quelli che tu chiami problemi”.

“Non è così, perché il “bambino” come lo chiami tu, non sarà mai un bambino come gli altri. Non avrà mai la capacità di ragionare come gli altri, non potrà correre e muoversi come gli altri, diventerà il bersaglio facile di chiunque gli si metterà davanti e della società in cui viviamo. Risparmiamogli una vita di tormenti che tanti altri ne creerebbe a noi. Rassegnamoci all’idea di non potere mai essere genitori. O almeno di non essere stati fortunati”.

“Come fai a parlare di sfortuna, quando Iddio ci ha fatto un enorme regalo che puoi sentire qui, a meno di un metro da te. E’ qui. Puoi sentire i suoi battiti, e lui comincia a sentire i miei. Specie se tu contribuisci ad aumentarli.”

Si fermò per riprendere fiato.

“Francesco, sarà un bambino come gli altri, perché è nostro figlio e sarà nostra responsabilità fare in modo che il mondo lo accetti. Ma devi prima accettarlo tu. La gravidanza lo sai bene, è un percorso da portare avanti in due. Ed in questo momento ho bisogno del tuo SI, del tuo supporto. Perché lo aspettiamo da anni, perché è il dono della vita, ed è giusto accettarlo.”

 

Stettero lì a parlare per ore, e si fece tardi pure per i vicini, che come iene stavano ad origliare da dietro la porta.

Ma niente, Francesco sembrava non convincersi.

“Martina, non c’è la faccio più, sono stanco. Più ti guardo più mi viene voglia di scappare. Non ti riconosco, sembra tu abbia perso la ragione” disse con tono minaccioso.

“Sai che ti dico” rispose Martina singhiozzando “per me puoi pure andartene a quel paese, io il bambino lo tengo, con o senza di te, stronzo!”.

A quelle parole, l’animale che viveva in lui si svegliò di colpo. Preso il sopravvento sulla sua ragione ed il suo intelletto, e spingendola con forza la fece cadere a terra. Stava per alzarle le mani quando ad un certo punto quegli occhi verdi pieni di lacrime, si incrociarono coi suoi, rossi di rabbia.

E si fermò.

Non sentiva più le sue grida. Ebbe solo una voglia matta di scappare lontano da lì. Da quelle quattro mura che non riconosceva più come casa sua. Da quella donna che aveva visto prima ragazza e poi moglie. Da quel figliolo dentro di lei che figliolo non è.

Riprese fiato ed uscì di scena lasciandola a terra ansimante.

 

Il mostro che fino a ieri chiamava marito, era fuggito via. Forse per sempre dalla sua vita. “Dalla “nostra” vita” disse Martina toccandosi l’addome. Asciugate le proprie lacrime cercò in quel piccolo gesto il suo momento di tranquillità. Ma i battiti che aspettava non si sentivano più.

 

Continua…..

 

Paolo David

 

CLICCA QUI PER LEGGERE LA PART 3 DEL RACCONTO

 

 

 

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