Paolo David

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Amore “di cittadinanza” (part1)

Lucia scendo”.

 

Le 4 del mattino ed il buio tutto intorno. Palermo dorme ancora tra silenzi e poche auto che forse per oggi non sono per lei più un problema. Il rituale della moka serve a Gaetano per scrostarsi via di dosso, pensieri e riflessioni che lo attanagliano da giorni. Cucchiaiata a destra, poi sinistra e giù dritto tutto d’un sorso.

“Pronti semu, amunì (andiamo)”.

 

 

Maurizio, buongiorno”.

Il forno sotto casa ha la saracinesca aperta a metà per lasciar passare quel poco d’aria fresca. La luce di quei neon attaccati sul soffitto rallenta il moto della farina mista a quella della polvere. Passatovi attraverso, la figura che si ritrova di spalle è quella di Nessuno: un ciclope di pochi capelli, grande abbastanza da mettere timore a chi ha un minimo di coraggio.

 

“Maurizio Buongiorno”.

“Cu si? Ah Tanuzzo, dimmi”.

“Mauri’ senti, la situazione non è delle migliori”.

 

La frase getta subito nel dubbio il panettiere.

 

“Chi bbo diri (cosa vuoi dire) ? “.

“No….parlo della mia famiglia. Sai sto per diventare padre, i genitori di Lucia non ci aiutano più come prima. Il lavoro manca sempre e stu picciriddu sai… Insomma non ho come aiutarlo”.

“E io chi ci possu fari?”.

“No nenti….. cioè… in realtà mi chiedevo…. sò che l’attività non va male, magari ti servirebbe una mano per il pane. In passato ti ho già aiutato, sai benissimo non ho problemi con la sveglia e non ti chiedo un contratto. Soltanto un motivo per alzarmi ogni mattina, un lavoretto per portare il pane a casa, e tu sai di cosa sto parlando”.

 

Il tono compassionevole non strappa affatto la lacrimuccia del si.

 

“Nono, tanu’, un po iassiri (non può essere). Ssu travagghiu (lavoro) un c’è, ed io sto bene così. Non cerco aiutanti.”

 

Inutile ribattere.

 

“Va beh, grazie lo stesso. Buona giornata”.

 

 

 

“E allora com’è andata?”

“Eh …. Com’è andata… male è andata”.

Domanda superflua, sentito lo sbattito della porta di casa. Mai come in queste occasioni a Lucia tornano in mente le parole del suo giuramento. “Nella gioia” dell’amore per suo marito e per la creatura che porta in grembo. “Nel dolore” di vederlo soffrire ancora, e poi ancora e poi di nuovo ancora di fronte i tanti “No” che sembra quasi lo perseguitino.

 

“Dai, non ci pensare. Prima o poi cambierà.”

“Si, si, cambierà, prima o poi cambierà. Dici sempre così. Ed intanto qua non cambia niente. Tanto a te cosa importa. Non sei mica tu a chiedere, ad umiliarsi di fronte persone che tutto questo rispetto non lo meritano nemmeno.”

“Perché ce l’hai con me scusa?”.

“Ho chiesto a tutti nel quartiere. Ho chiesto a tuo zio, ho chiamato i miei cugini al nord. Ma niente. Una minchia. Ecco cosa si trova. Una minchia di niente”.

“Ma devi capire che…”

“Lucia tale’ (guarda), lassa stari (lascia stare). Vado al bar.”

 

Meglio, pensa Lucia tra se e se. Almeno lì troverà conforto alla sua rabbia in quel circolo di scienziati che si ritrova per amici.

 

 

“Eilla’ Tanuzzo, ristretto e cornetto al solito?”

“Fai fai, Caimme’ ”.

 

Il bar di Carmelo è un relitto degli anni ’80. Le insegne metalliche dei coni gelati, narrano di estati luccicanti e di costumi che oggi tornerebbero certo in voga. Tutto sembra essersi fermato: il bancone e l’arredamento, le tende bianco-nere sempre chiuse per le mosche. Anche i clienti, abituali, sono quelli di una volta. Gli amici di una vita, spesa al freddo di quel bar, dove trovare un po’ di conforto dagli schiaffi della vita.

 

“Ma che minchia dici, see va beh. Chista (questa) bella è”.

 

La voce di Ciccio lascia intendere che c’è qualcosa di nuovo.

 

“Te lo giuro, si può fare”.

“Ma che dici, sarebbe troppo bello. Mi paru troppu facili (Mi sembra troppo facile)”.

“Buongiorno picciotti”.

“Oi Tanuzzo, assettati assettati (siediti, siediti). Che qui si studia comu futtiri (fregare) lo Stato Italiano.”

“Eee addirittura. E secunnu vuautri (voi), U Stato si fa futtiri di nuautri (noi)”.

“Rosario dicica (dice che) ie’ possibile, ma io un ci criu (credo)”.

 

Già, Rosario. L’intellettuale del gruppo. Non per meriti sul campo o titoli, quanto per il fatto di avere un cugino che lavora al patronato. Fonte di saggi ed utili consigli sul mondo degli imbrogli ai danni dell’erario.

 

“Mio cugino mi ha parlato di questo reddito di cittadinanza. 780€ al mese per i single disoccupati senza proprietà. Fai la richiesta alle Poste, lo Stato ti propone dei lavori ma nel frattempo che tu decidi se accettare la proposta o no incassi i soldi. Dritti dritti, puliti nella carta. Tutto rregolare.“

“Aspe’, aspe’. Tu mi vuoi dire, anzi tuo cugino dice che, fatta la domanda basta rimanere a casa aspettando che ti chiamano per un offerta di lavoro e ti pagano comunque 780€ al mese?”

“Certu, me lo disse proprio lui.”

 

Ecco la conferma che può dare la svolta alla giornata.

 

“E quindi Rosario, scusami, se i disoccupati a casa siamo due sono 1560€ ? ”.

 

La matematica al servizio del disgraziato.

 

“Nzu, nonzi. Questo nel caso di due single disoccupati. Ma tu con tua moglie siete sposati.”

 

Momento di riflessione.

 

“Giusto, perché se invece fossimo…”

“…divorziati, allora ognuno per conto suo. Ma a te questo non…”

“Ok ok, grazie Rosario. Buona giornata.”

 

E di corsa verso casa come dopo avere avuto la dritta del secolo.

 

continua qui (https://www.paolodavid.com/blog/amore-di-cittadinanza-part2/)

 

Paolo David

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