Paolo David

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Chiuso in una tazza

Il vivere fuori dai propri confini ti porta a riflettere sul significato delle piccole cose. Da quando è iniziata questa mia ultima avventura, la “piccolezza” che tanto mi ha fatto riflettere è stata il caffè. Ho deciso quindi di scrivere questo pezzo dolceamaro, e di dedicarlo a Lavinia e a quella moka lasciata ahimè a casa.

“Silenzio in aula, entra la corte”. Il brusio che prima risuonava nell’aula buia del tribunale si interrompe bruscamente di fronte l’entrata del corpo di giustizia. Lunghe toghe nere prendono posto una accanto all’altra. Giornali, curiosi e TV di tutto il mondo attendono con trepidazione che dalla bocca del giudice venga proclamata la pena definitiva.
Del condannato di spalle si intravedono a mal appena i lineamenti.
Tutti conoscono la sua storia dolceamara. Una vita ricca di esperienze vissute da un capo all’altro del mondo a macinare chilometri e raccogliere stenti. Il Sud America come casa natale. Granjero come tanti. Un infanzia passata tra i campi. La monotonia della quotidianità rotta dai rosari domenicali. Un chicco cresciuto bene in una terra che spesso toglie piuttosto che dare. A tanto sono serviti gli insegnamenti dei suoi genitori, Gusto e Caffeina, maestri della scuola della vita che giunto alla tua adolescenza non ha che offrirti una sola triste speranza: emigrare.
Il suo viaggio è fatto di tappe che non si possono contare su quel rosario a cui è tanto affezionato: Ecuador, Bolivia, Brasile e poi mille altre destinazioni fino al sogno chiamato Italia.
Patria all’epoca soltanto del valzer, ma sempre pronta ad accogliere chi vi chiede asilo.
Gli italiani gli danno ospitalità. Costruiscono per lui una casa chiamata moka: due piani, riscaldamento centralizzato, tetto panoramico. Creano tazzine e cucchiaini per non farlo sentir solo. Il suo sapore diventa lancetta delle loro giornate. Nessuna critica riguardo al suo colore, aroma, o al suo essere invadente.
Lo mettono a dura prova rinchiudendolo in una tazza, dentro l’alluminio, dentro capsule sigillate. Rimane buono ovunque. Lungo o corto lo amano proprio tutti: dalle casalinghe ai politici, dagli studenti agli operai. Piace pure a dei frati col cappuccio che lo credono uno di loro.
Il suo successo arriva oltre confine, ma la sua patria ha la forma di uno stivale. O almeno così crede.
La situazione infatti cambia all’improvviso. La sua popolarità e la sua fama mietono le prime vittime: noia, dissapore e solitudine vengono uccise in un solo colpo. Tutti ne sono a conoscenza ma nessuno ne parla. L’omertà che copre un intera nazione. Quella consapevolezza che ha lo stesso nome del padre, diviene accusa di omicidio per pochi fessi, che lo portano in tribunale con una velocità che potremmo definire… espressa.
“Visti gli articoli 34, 57 e 145 del codice in esame, questa Corte condanna l’imputato alla pena dell’esilio in Europa”.
E giù gli zuccheri.
Mai notizia sarebbe stata più amara.
Preso a calci dallo stivale, passerà il resto dei suoi giorni in giro per il continente e forse chissà profugo nel mondo. Rinchiuso nella plastica o nella carta di quegli enormi bicchieri formato famiglia. Perseguitato ed ingiuriato col peggiore degli insulti che gli possano rivolgere: Americano. Costretto a dividere la cella con l’acqua che spesso la supera nelle gerarchie.
E quella sua Italia che aveva intravisto in lui le proprie origini da emigarata, si scaglia ed inveisce contro coloro che oggi hanno i suoi stessi tratti e che sfuggono dal proprio Sud America per una guerra o per cercar rifugio.
L’amore trasformato in odio. Il ripudio delle proprie origini. La necessità di una riflessione, da fare magari davanti ad un bel caffè.

 

David Paolo

 

 

 

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