Paolo David

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Giovanni Falcone e il mio dentista

Il seguente articolo é stato scritto da un giovane 23enne siciliano che ama la propria terra.
Il fine dell’articolo non é quello di combattere la mafia. L’autore sa bene infatti che esistono tanti altri mezzi per combattere la mafia, ma poichè si va dicendo in giro che su Facebook l’unico mezzo per combatterla è quello di scendere in piazza o diventare magistrati, allora ribadiamo che questo non è il fine del pezzo ( l’autore tra l’altro non é iscritto su Facebook e “avissi” se dio vuole “addivintari ngigniari” ).
Il tempo di lettura medio dell’articolo è di circa 10 minuti, quindi se avete cliccato solo per curiosità , o solo perché nell’attesa di far qualcosa volevate vedere che si dice su internet, allora grazie ma potete chiudere la pagina.
In tutti gli altri casi si consiglia quindi di accendere il cervello, fissare gli occhi sul testo scritto al centro della pagina e rilassarsi.
Buona lettura

 

Avete presente le classiche riviste che si trovano dai dentisti ? Ce ne fosse una recente. O peggio ancora ce ne fosse una interessante. Non riuscirò mai a capire perché i dentisti, con tutto quello che guadagnano , non riescono a capire che il cliente , nell’attesa spesso infinita, preferirebbe leggere non solo le ultime notizie di gossip e gli ultimi amori di Belen ( magari fosse Belen, spesso sono talmente vecchie che si parla del matrimonio fra Rita Dalla Chiesa e Fabrizio Frizzi ) , ma anche qualcosa che ha a che fare con le ultime notizie , con le bellezze del mondo è così via.
Avevo trovato una prima risposta, che in qualità di allievo ingegnere, ho trascritto sotto forma di un teorema.

 

TEOREMA DELLE RIVISTE DAL DENTISTA : dato un dentista , e dato un suo studio, il numero e la qualità delle riviste che si trovano sul tavolo del suo studio é inversamente proporzionale alla quantità di soldi che il cliente deve pagare”.

 

Quindi poiché dal dentista raramente si paga poco non ci si può aspettare che di trovare quelle riviste.
Ma la storia della matematica ci insegna che spesso anche i teoremi sbagliano. É così é stato anche per il mio.

 

Mesi addietro infatti, causa pulizia dentale , andai con mia madre in uno studio dentistico in zona ( non vi riferirò il nome esatto per evitare di farlo guadagnare ancor di più ) e cercando nell’attesa tra le riviste che si trovavano su quel tavolino scorsi un libro dal titolo “COSE DI COSA NOSTRA”.
Per farla breve il libro , scritto da una giornalista francese chiamata Marcelle Padovani, è una raccolta di tante interviste che la giornalista fa nel corso di svariati anni a Giovanni Falcone in cui descrive tanti lati curiosi e particolari della vita del giudice e soprattutto descrive in maniera chiara aspetti del mondo mafioso oscuri ai più.
Incuriosito dal titolo e dal fatto che Falcone avesse preferito rilasciare tante interviste ad una francese, piuttosto che ad un connazionale , comincio a sfogliarlo e a poco a poco mi faccio prendere dal libro così decido , tornato a casa , di continuare la lettura ( PS: visto il prezzo della seduta di igiene non avrei commesso un reato nel rubare il libro, ma la mia coscienza spesso mi rompe le palle quindi ho deciso di comprarlo pochi giorni dopo).

 

Giovanni Falcone non era una persona stupida. Era semplicemente un “uomo d’onore”.
Si un “uomo d’onore”.
Così infatti lo definisce il pentito Antonino Calderone. “ Ho collaborato con lui perché è uomo d’onore “ dice ai giornali, gli stessi con cui non ha mai avuto un gran feeling (ah ecco il perché forse dei francesi …).
E in quanto uomo d’onore tiene a farsi rispettare. Alla Padovani racconta questo :

 

“Ricordo che una volta ero andato in Germania a interrogare un capo mafioso .Mi accadde di essere apostrofato: «Signor Falcone…».
Allora toccò a me offendermi.
Mi alzai e ribattei: «No, un momento, lei è il signor taldeitali, io sono il giudice Falcone».
Il mio messaggio raggiunse il bersaglio e il boss mi porse le sue scuse.”

 

Dice pure :

 

“Nei miei rapporti con i mafiosi mi sono sempre mosso con estrema cautela, evitando false complicità e atteggiamenti autoritari o arroganti, esprimendo il mio rispetto ed esigendo il loro.”

 

Già qui si designa una netta differenza fra Giovanni e il resto dei magistrati dell’epoca : il rispetto. A Palermo in quegli anni alcuni suoi colleghi dicevano che Falcone portasse tutti i giorni i cannoli a Buscetta. Ovviamente non è così , ma il giudice tende a sottolineare che

 

“Tra me e loro c’è sempre un tavolo, nel senso proprio e metaforico del termine: sono pagato dallo Stato per perseguire criminali, non per farmi degli amici”.

 

Eppure di amici ne aveva , delinquenti e non.

“Sono nato nello stesso quartiere di molti di loro” dice spesso.

Mi ha fatto molto ridere questo episodio.

“Andavamo al Liceo Umberto. E ho giocato a ping-pong con uno che è stato condannato a trent’anni di reclusione per traffico di stupefacenti dal tribunale di Firenze, Tommaso Spadaro. L’avevo conosciuto in un’associazione cattolica di quartiere che i miei genitori mi facevano frequentare.
Ho rivisto Spadaro dopo l’arresto nel 1983.
L’ho fissato e ho notato un impercettibile movimento degli occhi.
Mi aveva riconosciuto.
Procedo all’interrogatorio e, al termine, gli dico: «Abbiamo giocato a ping-pong insieme».
Il viso gli si illumina: «Le legnate che le ho dato!».

 

Me lo sono immaginato Giovanni dietro a quel tavolo da ping-pong.
Da un lato lui, “un servitore dello Stato in terra infidelium”.
Dall’altro i mafiosi, i professori di quella che lui definisce “l’università del crimine”.

 

Giovanni vive di studio e di ricerca dei dettagli. Ha una memoria da elefante . Il metodo che mette a punto, detto proprio “metodo Falcone” , diventa infallibile. La Padovani dice :
“Rimasi colpita dalla chiarezza delle sue idee, dal livello delle informazioni in suo possesso, dalla sincerità del suo impegno antimafia. E da una specie di riserbo metodico: la consapevolezza di dover stare perennemente in guardia. La sua enorme capacità di lavoro e la sua abnegazione erano oggetto di ammirazione, a volte non disgiunta da una certa beffarda ironia.”
Beh, anche questa è un altra caratteristica di Giovanni. La stessa ironia che condivideva coi suoi più stretti amici e collaboratori.

 

“Mi viene a trovare a casa il collega Paolo Borsellino. “Giovanni,” mi dice ”devi darmi immediatamente la combinazione della cassaforte del tuo ufficio.” E perché? “ Sennò quando ti ammazzano come l’apriamo?».
E ancora sorrido ripensando agli umidi pomeriggi afosi trascorsi sul tavolo con i colleghi del pool antimafia a scrivere i propri necrologi truculenti da pubblicare sul «Giornale di Sicilia».”

 

Dietro a tutti questi episodi che ho deciso di raccogliere e citarvi, c’è sempre un elemento ricorrente che non a caso ho voluto evidenziare in grassetto : il tavolo.
Ogni tavolo descrive un lato di Giovanni, il suo lavoro, il suo passato, la sua ironia.

 

Sai Giovanni, anche io ho un tavolo. Ha una forma rettangolare , gli spigoli arrotondati ed ha pure un bel colore. Nonostante però le ore che ci passo sopra , il mio tavolo confrontato coi tuoi mi sembra una nullità.
Non so se mi darà un lavoro, non so se potrà sorreggere le mie prossime sfide, non so se mi farà vedere il mondo con occhi diversi.
Una sola cosa è certa. Mi è servito per scrivere questo articolo, per ricordare una persona normale, che solo per avere portato a termine il suo compito o meglio per averlo iniziato, ha pagato caramente.
Questo almeno è quello che dice la gente, perché per me non sei mai morto Giovà , e perché credo che quel “pagare caramente” si riferisce magari al tuo dentista, che hai “pagato caramente” forse per una pulizia dentale come la mia.
Sai che ti dico ? Dammi il suo bigliettino. Magari mi metto in contatto con lui nei prossimi giorni.
Se non ci vediamo, di certo sai dove lasciarmelo.

Ciao Giovanni

 

 

Paolo David

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