Paolo David

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Il Berlusconi che è dentro in te

La mia lista personale dei libri da leggere, si aggiorna con una frequenza molto controproducente. Una singola citazione, un collegamento ma anche una semplice curiosità mi fanno spesso innamorare di libri che solo in piccola percentuale rispettano poi le aspettative. “Sembra interessante, lo leggerò”. Un +1 alla lista del ciò che non mi soddisfa. A fare eccezione sono però le biografie, a cui abbino un preventivo lavoro di ricerca basato su diverse chiavi, prima tra tutte la curiosità. Così è stato anche per la mia ultima lettura, “My Way. Berlusconi si racconta a Friedman”.

 

L’intervistato lo conoscete bene.
Alan Friedman invece è un noto editorialista di alcune tra le più note testate giornalistiche al mondo (in Italia lo è stato per “Il Corriere della Sera”) ma anche scrittore e conduttore televisivo. Può vantarsi di essere stato l’unico autore, tra i tanti in passato che ne avevano fatto richiesta, a cui Silvio Berlusconi ha concesso il permesso di scrivere la propria biografia.

 

Sin dal primo capitolo viene sottolineata la volontà dell’autore di assumere un ruolo imparziale (cosi è) e di voler mostrare al lettore lati privati e nascosti della vita del personaggio a cui forse meno in Italia è stato concesso lo scudo della privacy. Interviste al Cavaliere, alle persone che da sempre vi ruotano attorno, ma anche ai grandi leader internazionali che in passato hanno avuto a che fare col Berlusconi premier, rendono l’opera un must-read per tutti i suoi fan ma anche per tutti i suoi accusatori, che dopo una curiosa lettura non verranno certo convertiti al “Berlusconismo” (l’esistenza del neologismo non sembrerà certo strana a noi Italiani) ma potranno rivedere la propria posizione nei suoi confronti, nel bene e nel male. Almeno così è stato per me.

 

Credo che la vera chiave di valutazione dell’opera sia da ricercare nel periodo stesso in cui leggerla: l’oggi, il periodo pre-elettorale. Perché di certo il Berlusconi conosciuto ai più è il Berlusconi politico, lo stesso che ventiquattro anni dopo la personale discesa in campo si appresta, risultati dei sondaggi pre-elettorali alla mano, a guidare da ottantenne una nazione che nell’ultimo quarto di secolo si è più volte scontrata ed innamorata di lui.

 

Perché quindi ancora Berlusconi? Come mai un paese alla continua ricerca di un cambiamento (o almeno così si legge nei proclami dei politici e dei nostri nonni) decide di “cambiare” affidandosi al passato? Ognuno di noi credo si sia posto parecchie volte queste domande, ma è molto difficile trovare delle risposte che siano guidate da un certo ragionamento.
Posso dire, anche dopo la lettura di “My way”, di avete trovato la mia e di volerla condividere in questo articolo-recensione.
Berlusconi ha riplasmato gran parte dell’Italia a sua immagine. Mai nessun uomo nella scena politica italiana ha saputo essere come lui l’archetipo dell’italiano medio: seduttore con le belle donne, incantatore di folle, simpatico in ogni occasione anche a costo di non piacere. Un compito non di certo facile, che richiede il sapersi rinnovare nel tempo per risultare sempre attuale. L’impero mediatico che si è costruito attorno rappresenta per lui un arma fondamentale per raggiungere lo scopo. Il vederlo apparire in tv, con quel sorriso onnipresente, è per molti italiani come il guardarsi allo specchio. Col suo poco “panem” e tanto “circenses” ha saputo costruire un pubblico di seguaci, che tra lui ed il padre eterno sceglierebbero ancora lui (“Io sono colui che è”. “Ed io sono colui che ha” rispondeva nella famosa barzelletta di Benigni) ed un pubblico di accusatori, che spesso ha cercato di tingere di un determinato colore o partito.

 

L’idea della pensione rimane assurda. “Me ne andrò dopo aver vinto un’altra volta”, titola il capitolo 13 quasi come un presagio a soli due mesi da nuove elezioni.
Le interviste a personaggi del calibro di Putin, Barroso, Zapatero e diversi funzionari vicini ai top player della politica europea degli ultimi 20 anni, permette di ricostruire un quadro di rapporti internazionali e di politica estera in cui il ruolo dell’Italia sotto la sua guida è stato si bersaglio di critiche ma anche di ammirazione. Friedman sottolinea come grazie alla sua abilità nello stringere rapporti di amicizia con diversi capi di Stato è stato in grado di dare all’Italia un “influenza in politica estera ben superiore al suo reale peso”. La sua lungimiranza nel prevedere a parole quello che sarebbe successo dopo la caduta di Gheddafi in Libia sono un punto di riflessione non da poco.

Un capitolo per ogni faccia del Silvio nazionale: TV, Milan, donne, l’America, il 1994. Ed uno infine in cui viene svelato l’intrigo internazionale che nel 2011 lo ha portato alle dimissioni.

 

Caro lettore, indipendentemente dal tuo credo politico, c’è un Silvio Berlusconi anche dentro di te. Viene fuori in maniera naturale e non c’è da preoccuparsi. E’ un fenomeno umano. Credo abbia ragione Vittorio Feltri, che in un articolo su Gianni Agnelli del 2010 scovato su Facebook alcuni giorni fa scriveva “Noi italiani siamo fatti così: cerchiamo di fottere il sovrano per tirare a campare, ma se è lui a fregarci gli riconosciamo volentieri una certa superiorità.”
Menomale quindi che Silvio c’è, altrimenti ci sentiremmo privati della nostra stessa essenza.

 

PS: questo articolo-recensione non si deve tradurre in una mia conversione al berlusconismo. Non potrei mai votarlo, è milanista.

 

 

Paolo David

 

 

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