Paolo David

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Il Crocifisso che non c’è più

346 anni di storia e tradizione. 346 anni di fede e devozione. Cosa ne rimane oggi? Cosa rimane di quella famiglia chiamata Deputazione? Un articolo dedicato a tutti i miei compaesani e a tutti coloro che come Domenico vivono un Crocifisso che non c’è più.

 

“Domenico mettiti i scarpi, prima ca ritorna to matri”.

Le urla della signora Maria, suonano come la sveglia di primo mattino. Domenico fatica ancora ad aprire gli occhi, appiccicati da quel sonno che non lo vuole abbandonare. Sette anni ed un letto che non è proprio il suo, da condividere con un “fratello” più grande con un cognome del tutto diverso.

 

“Amuni, annacamuni, mettiti u’ gilet” segue a tono Calogero.

Pater di quella seconda familias chiamata Deputazione che tutti adotta e tutti sostiene. In fondo la famiglia del Crocifisso è molto più che una semplice Deputazione. E’ quel posto da aggiungere a tavola quando se ne ha di bisogno, due spalle per l’agricoltura quando c’è poco da seminare, una mamma ed un papà sempre pronti a tirarti su quando il destino crudele te ne toglie una parte.

 

“Si ti vidissi to patri accussi cumminatu…”.

Al pensiero del suo vero padre che dall’alto lo sorveglia e lo protegge il sorriso di Domenico si allarga ancor di più.

Indossate scarpe e gilet, non resta che attendere il ritorno di mamma, in trasferta della nonna che da un paio di giorni sta poco bene. Un orecchio alla porta ed un altro li fuori, in attesa che il Padre Nostro porti la banda in corteo. Sono le 6 del mattino ma l’eccitazione è tale da tenerti sveglio.

Appoggiata lì all’angolo della porta vetrina c’è quel cero 2,20 da portare in processione. “Il cero della speranza”, come lo chiama mamma Carmela, da dedicare “o’ Signuruzzu”. Comprato tra mille stenti nella speranza che un nuovo miracolo si possa avverare. Quel sogno chiamato America lontano dai pascoli e dal bestiame che suo fratello Giuseppe vorrebbe tanto realizzare, sull’orma dei tanti polizzani che prima di lui c’hanno almeno provato.

 

La fila dei clarinetti apre il corteo festoso, che porta in giro di primo mattino coloro che come Mamma han da chiedere “purmisioni”. E’ la raccolta della cera, la richiesta d’aiuto di anime pie che ogni 3 di Maggio si mette in processione. Domenico e sua madre si aggregano direzione “Chianu o’ Carminu”, dove Gesù infreddolito li aspetta seminudo sopra l’altare. I fratelli in mantellina lo riscaldano posizionando ad uno ad uno i ceri alle sue spalle. L’odore della cera riempie le narici e scioglie il cuore dei fedeli, che lacrimano commozione guardando il Cristo in volto.

 

 

Ricordi ed emozioni da guardare oggi in cartolina, appesi alle pareti del 37 di Thirteenth Avenue, Brooklyn. Domenico ripensa a quei tempi con nostalgia, in attesa che il taxista sulla porta carichi le valigie del suo nuovo viaggio. Una chiamata piacevole alle armi, munito di tante aspettative e di un incarico che si eredita una sola volta nella vita. Quel sogno di poter essere Depositario del SS.Crocifisso che da bambino voleva tanto realizzare e che 50 anni dopo è proprio lì a 12 ore di volo.

 

Ad aspettarlo c’è nuovamente la sua seconda famiglia, fatta di fratelli e sorelle in attesa di una guida. Tutti pronti a dargli una mano nel portare avanti un culto/tradizione che da oltre 300 anni li tiene tutti uniti. Polizzi lo accoglie come un figliol prodigo, in una settimana che per lui conta più di 7 giorni. Con un calendario ricco di eventi e di iniziative che subito lo mettono alla prova e ne testa  ricordi ed aspettative.

 

Il tempo in paese sembra essersi fermato a quando ancora ragazzino attendeva con ansia l’arrivo della banda. La stessa che oggi nota avere fazioni separate e mimetiche diverse. Di quell’armonia e quella passione che un tempo ne erano valori costituenti, rimangono oggi ricordi sbiaditi a suon di litigi e continue scissioni. Quei musicisti cresciuti a tarallucci e canzonette, oggi vivono da protagonisti la battaglia dell’orgoglio che un giorno li soccomberà.

“Come ha potuto il sentimento dell’odio radicarsi tra le note della loro passione?” chiede Domenico ai suoi fratelli, intenti a preparare per il loro arrivo banchetto.

 

Lì dove un tempo c’erano caffè e savoiarde, oggi trovano Vodka e rosticceria.

Quelle umili tavole, bandite a festa nei quartieri con il poco messo ad altrui disposizione, sono oggi veri e propri buffet, a cui attingere inutilmente in nome di una competizione che ha tanti vinti e nessun vincitore. “E’ forse questo il senso dell’offerta che un tempo serviva a mettere allegria?”.

 

La stessa “richiesta d’aiuto” per cui insieme a mamma percorreva le generose vie della sua città, nota oggi essere una sfilata di puro folklore, tra pochi ceri e tanti spettatori. La religione oscurata dal Dio dell’alcool che miete vittime sempre più giovani e sempre più dedite alla maleducazione.

 

La tradizione un semplice +1, da aggiungere di anno in anno su quel manifesto che è sempre lo stesso. Che quest’anno però porta in calce il suo nome e cognome.

 

Di cosa sono oggi Depositario? Di valori e sentimenti a cui nessuno crede più? Di una croce portata in processione da color che la bestemmiano nelle restanti settimane dell’anno? Di quella saggezza contadina e baronale che sembra essere scomparsa col passare degli anni?

Le domande offuscano la mente e la vista. Domenico vorrebbe trovarvi una risposta ma il mondo che ha intorno sembra non venirgli incontro.

Poi all’improvviso ecco la Croce.

Ecco le sorelle che la portano in processione. Ecco i bambini ai suoi piedi a darle una mano.

Eccole lì le risposte.

Nei loro sguardi pieni di ammirazione cui il Cristo sorridente rivolge attenzione.

Nello sguardo di Adele, cui una rara malattia rischia di togliere quel bambino che è l’amore della sua vita.

Nello sguardo di Gandolfo, in attesa di un lavoro che lo farebbe felice.

Nello sguardo di Marianna, e di quel figlio costretto a scappare da una terra che oggi futuro non ne ha.

Nello sguardo dei polizzani, che la guardano sempre meno.

 

 

Paolo David

 

 

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