Paolo David

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Io sono brand

Il freddo di Milano alle prime del mattino, miete vittime adolescenti sotto le tende ed i propri cappucci. Neri, abbassati a coprire i loro volti. La generazione Z attende con trepidazione che il Nike Store in centro città apra al pubblico le proprie vetrine. La posta in gioco oggi è alta: Max 90 off-white. 480€ che potrebbero triplicare. Semplici paio di scarpe? Non di certo per Brando e la sua gang, bagarini 2.0 del mercato della rivendita.

 

“Fra’, ma quando cazzo aprono?”

“E cche ne so’, il Nero mi ha detto qui sono più veloci.”

 

Nascosto dietro un paio di Rayban Wayfarer da mezzo millino, Fabio nasconde un occhio nero, medaglia in colore dell’ultima scazzottata.

 

“Ti fa male ancora?”

“Fa male si cazzo, ma ti giuro la prossima volta lo stendo.”

Risata generale.

“Ridete, ridete pure. Intanto oggi porto a casa il bottino.”

 

La fila si allunga, così come l’attesa. Snervante, preoccupante perché si corre il rischio di tornare a casa a mani vuote. La concorrenza non manca certo ed i sudamericani non peccano di inventiva. Jorge, il Bogotà, ha chiamato i suoi a rapporto. Un regime sudamericano di stampo commerciale, che vige e regola i comportamenti ed il loro modo di vestire. Tute dorate con strisce laterali, t-shirt Gucci colore neutrale da 100 per lettera altrimenti non vale, giacca anni ’80 due tre taglie più Large a coprire la cinta ed il pantalone, sneaker Lacoste, chi Gucci, chi Prada con calzetta minimale a scoprire le caviglie. Il loro nome e le loro iniziali sono impresse su cappelli, luccicanti tipo rapper americano da portare in processione come la Vergine Maria. Cimelio invidiabile per gli hypebeast di Milano, che oggi guardano con invidia come entrano in azione.

 

Hanno tra i 15 ed i 17 anni e l’odio per la scuola è un fattore comune. La loro giustifica parla di febbre e di malanni approvati da genitori all’oscuro di tutto. Il mondo di oggi li mette in facile competizione con l’aspetto esteriore a far da metro di giudizio. Poca la forma, poco il contenuto. Il ricordo genitoriale di fatiche e paghette sudate, nulla serve di fronte creature cui tutto è concesso: 100, 200, 300€ al mese o a settimana, per allestire vetrine ambulanti vestite griffate col proprio cognome.

 

“Hermanos, aquì.”

Il grido del General dice che qualcosa davanti si muove. Brando non gode certo di un ottima posizione, e non ha neppure una sua coalizione, elemento vincente della strategia latina con cui i sudamericani si assicureranno anche oggi le sneaker migliori ai prezzi inferiori.

 

“Quanto li odio, cazzo. Sempre davanti nelle prime file a far le fighette coi culi degli altri. Latinos de mmerda.”

“Son solo più organizzati Brando e certo piu’ furbi di noi.”

“Questo lo vedremo” riflette “questo lo vedremo”.

 

Lo store apre con un po’ di ritardo, il sistema dei numerini per gestire l’entrata salta ancora una volta tra lo stupore dei passanti e di alcuni agenti in borghese. Una folla di adolescenti, poca barba ma tanta rivalsa, spinge per entrare ed assicurarsi una fetta di quel paradiso. Non importa la taglia, neppure il colore. Soltanto comprare per poi vivere d’esposizione. L’abito conta, e quel’esercito di cappuccini ne è la chiara dimostrazione.

 

Il gruppo dei latinos, saltato ogni schema, comincia a buttarsi nella mischia cercando di accaparrarsi i primi modelli in vetrina. Brando capisce che è il momento di agire. Troppa la pressione ed il carico da sopportare per un ennesima sconfitta da portare sulle spalle. Troppi ancora i rimorsi di essere stato battuto dai suoi antagonisti. Avvicinatosi improvvisamente alle spalle di uno di loro, esce dalla tasca un coltellino affilato che in un attimo infilza sopra l’anca del giovane che lo precede.

 

Oggi sarà diverso” pensa. “Oggi è diverso”.

 

Le urla di dolore del giovane destano l’attenzione di curiosi e non. La folla d’un tratto si gira in coro per cercare di capire cosa sia successo. Gli agenti decidono di intervenire e Brando defilatosi, riesce a superare Jorge ed i suoi entrando tra i primi all’interno del negozio.

 

“Questo è il mio giorno, just do it.”

 

Prova una sensazione di soddisfazione che da tanto tempo rimpiange. Quella di essere unico, privilegiato in un mondo ove tutto è lecito al costo di apparire.

 

“Fallo e basta.”

 

Come da slogan in vetrina. Prese le sue scarpe nota come il circo montato li fuori non è ancora finito. Poco importa.

 

“Io sono io, e voi non siete un cazzo”.

 

Il marchese del grillo oggi ha l’accento di Milano.

 

“Io sono brand”. Questo è un dato di fatto.

 

 

Paolo David

 

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