Paolo David

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La mia pensione

Dedicato alla mia generazione.

 

La mia pensione sta in un banca di Torino, di Milano, o di chissà quale città. Tutta sola in un cassetto, a chiedersi se il buio che la circonda qualche giorno finirà.
Ha bisogno di prendere aria la mia pensione.
Soffocata da manovre e leggi di bilancio che l’hanno prima sedotta e poi abbandonata. Pochi spiccioli e tante esperienze chiamate part-time, apprendistato, contratto a tempo determinato ma mai lavoro. Intendo lavoro vero. Quello che dà garanzie e ti permette di programmare il tuo domani.
Eppure anche io ho versato i miei contributi.
Con quei tirocini curricolari e non, schiavo di padroni pronti a deridere i miei anni di studio. Con i miei straordinari non pagati, senza mai fare domande perché “qui è così che funziona“. Con la mia pazienza ormai ai minimi storici, nel ricevere gli insulti di quei poveri cristi posti all’altro capo del telefono, che scandiscono le proprie giornate sulle lancette delle promozioni.
Ho contribuito, appunto, a rendere il sistema ancora più omertoso. Ad alimentare col mio silenzio la giostra della rassegnazione. A non fare luce su quel cassetto contenente la mia pensione.

 

La mia pensione sta in una barca, di legno d’ebano che sa di mare. E’ partita da Zuara assieme a 400 anime, che assieme ai loro sogni e alle loro speranze una notte di mezza estate di diversi anni fa, han pagato il proprio Caronte per non farle crucciare.
Ha la pelle di colore la mia pensione.
Non è figlia di nessun patto generazionale, ne di qualche politico e delle sue manovre.
Sa soltanto che dovrà farsi spazio in una nazione chiamata Italia, alla ricerca di una manodopera umile e mal retribuita che tutti gli altri pensionati han deciso di rifiutare.
Derisa e presa in giro da razzismi e cattiva informazione che hanno preso il sopravvento lì dove vigeva la civiltà. Interrompendo una tradizione che vede da sempre quella terra porto, di popoli e dominazioni. Che con lo stesso legno han costruito la nostra amata storia.

 

La mia pensione sta nelle scarpe dei miei nipoti, nati contro ogni logica e aspettativa con l’unico fondo messo a mia disposizione. Quello delle mie tasche.
Il numero dei suoi zeri è il contachilometri dei loro passi.
Ha lacci colorati e pantaloni stropicciati la mia pensione.
Di giorno in giorno sta perdendo il suo sorriso, sfortunata perché orfana di una generazione che non c’è più.

 

E nella speranza che le loro suole si brucino, mi godo la mia vecchiaia affacciato da una finestra chiamata Italia. Driiin. Pensando che passano gli anni ma il panorama rimane sempre lo stesso. Driin. Che il mio silenzio riecheggia ancora più forte. Driin. Lo stesso silenzio rotto da una chiamata all’ora di pranzo o cena: “Salve, buongiorno, le interessa mica una promozione?“. I pensionati. Ancora loro.

 

Paolo David

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