Paolo David

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Lo schiaffo

Lui, tanti ricci e poca inventiva. Lei, bionda trizza e bugie da vendere. In mezzo il ballo in coppia masculi e… masculi, fimmini e… fimmini. Sullo sfondo, la Sicilia di qualche decennio fa a cui tutti siamo un po’ affezionati. Una storia ideata a tavola, ispirata dai racconti miei nonni.

 

 

“Musicanti, abballamu”.
Carmelo tutto solo davanti la porta, si è riperso nei suoi ricci. Gonfi, increspati. Una Medusa ancora giovane. L’urlo di Sasà Caputo, capo-padrone dell’ennesima balera improvvisata, lo prende di soprassalto come gli schiaffi di sua madre. La possibilità concessagli da quell’anziano signore lo eccita a tal punto da far rizzare l’amico di tanti pomeriggi che si ritrova tra le gambe e quei peli sempre più timidi che non vogliono crescere sulle proprie guance. Tutt’intorno si formano già le prime coppie.
“Giuse’ chiffa’ me lo concedi questo ballo?”.
“Ié certu, Carmelo. Pronti semu?”.
Tra l’ironia e lo sbeffeggio, stretti al ventre l’uno dell’altro, cercano di ricordare chi dei due ha interpretato la donna l’ultima volta.
“Mi pari ca a fimmina a facevi tu”.
“Ragiuni hai, trasemu”.

 

Masculi e masculi è insieme tradizione e folklore. Lo sa bene Don Sasà che da quando ha deciso di rompere tale tradizione in paese viene chiamato “U’ Che”: la sua balera è l’unica in cui nascono le prime cotte e si preventivano fuitine d’amore. Basta solo attendere il secondo “schiaffo”, che accompagnato solitamente da una comparsata del proprietario al centro della stanza annunci il tanto atteso “E ora masculi e fimmini”.
Le voci in paese corrono velocemente, è cosa nota, e la rivoluzione di Don Caputo rivoluzione è stata pure per le “fimmine”, con quel vespaio di fratelli,zii e cugini che vi corre dietro a dar protezione. Nella Sicilia degli anni ’70 due occhi non sono mai abbastanza e scoprire la propria “fimmina” ballare con chi è poco fidato o di “malu partito” potrebbe creare scenari melodrammatici attirando ancor più voci e discussioni.

 

In mezzo alla polvere, in camicia e gilet, le coppie girano scherzando. Gli occhi però sono tutti fuori, in quella fila di trizze e sottane che davanti l’ingresso non vede l’ora di entrare.
L’ultimo stacco di mazurka preannuncia l’entrata in scena di Don Sasà.
“E ora masculi e masculi si vanu a maritari. Tutti fora, ora s’abballa fimmini e fimmini”.
Scortate fin dentro la sala dai rispettivi protetti, le ragazze del paese fanno il loro ingresso in scena.
“A vidisti a mme soru”.
“Nun ci sta problema, sta abballannu cu me figghia”.
Le ansie e le domande tengono il tempo alle mazurke dentro a quel che resta di una sala. Le sedie ed il tavolino non ci son più, sparite nei primi anni della rivoluzione tra coloro che chiedendole in prestito non le hanno più restituite e le costole di quattro “mbriachi” che avevano adocchiato la fimmina sbagliata. Il pavimento è di pietrisco e puzza ancora di fieno. Quello dei buoi che gentilmente hanno ceduto la balera al pubblico festante. Due attaccapanni alle pareti e una botte in legno all’angolo completano un arredamento molto povero e scadente, secondario però alla voglia di ballare del paese intero.

 

Le ragazze in mezzo alla sala hanno il sapore della giovinezza.
“Mandorlo in fiore”.
“Ma chi dici, pesco è”.
Carmelo esce fuori, ma quei ricci neri che nella folla si allontanano, non passano certo inosservati agli occhi di Gaetano, il fratello di Maria.
La giovane ballerina sembra in realtà più portata per il teatro. La sua abilità nel creare sceneggiate e dire bugie, ha fatto fesso stavolta pure il suo amato Carmelo.
“Nun ci vegnu a ballari ccu ttia” gli aveva confessato solo un giorno prima a seguito del’ennesimo capriccio d’amore. “Nun te lo meriti”.
E adesso invece eccola li.
Eccoli lì.
Di fronte la sua trizza bionda e quel corpicino che è tutto un divenire, Carmelo capisce che è inutile giocarsi la carta del vittimismo. E’ innamorato di lei, e questo basta a giustificare qualsiasi gesto d’amore. Giuseppe lo ha capito e la remota possibilità che non l’avesse capito è stata eliminata dalla forza con cui l’amico lo ha strattonato fuori prima che potesse sparare anche lui solenne minchiata sul sapore delle giovani dame. “Peppe, m’aiutari”.
Non che l’originalità sia stato uno dei suoi punti forti, ma ciò che Carmelo ha in mente in passato ha sempre funzionato e se tutto fila liscio funzionerà ancora.

 

Sistemato bene il colletto e stretta altrettanto la cinta, Carmelo si fa avanti tra la folla dei guardoni che davanti la porta fantastica sulle forme di cotanta bellezza davanti i propri occhi. Il gesto di Carmelo, all’apparenza semplice, indica agli altri che qualcosa sta per succedere. Prima ancora che il maestro termini l’ennesima tarantella, all’improvviso ecco che la stanza tutto d’un tratto diventa buia. Don Sasà, che sperava vanamente nel buonsenso di quei giovani, capisce subito che si tratta del suo contatore.

Nel buio della stanza c’è chi piange e chi esulta. Carmelo si muove a memoria, fiondandosi su Maria. Avvicinatola a se con una mano, le ruba un bacio furbescamente e quando con l’altra mano prova a percorrere la sua schiena verso colline inesplorate eccolo di nuovo lì. Lo schiaffo. Non pesante come quello di sua madre, o eccitante come quello di Don Sasà. Ha un sapore particolare. E’ quello di Maria ed è uno schiaffo d’amore.
“Chiffa’ pure vastasu addivintasti?”.
Cosa rispondere. Forse meglio rimanere in silenzio a guardarla per un ultima volta. E darsela a gambe perché gli schiaffi di suo fratello saranno di certo meno romantici.

 

 

Paolo David

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