Paolo David

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Mothers of the disappeared

Dedicato ad Enrico Calamai, eroe dei nostri giorni.

 

“Mamma dove sono le scarpe?”.

“Isabela sempre li, al solito posto”.

“Ma ti ho detto che non ci sono! E’ possibile che in questa casa non si trovi mai niente. Tutto questo mentre Francisco sta per arrivare”.

 

Il dialogo tra madre e figlia riempie le vie del quartiere di Carapachay, un caldo giovedì mattina di Giugno nella città di Buenos Aires. L’aria è molto umida, fà caldo, e come spesso dice nonna Maria “il caldo dà alla testa”. Probabilmente lo sta ripetendo tra sé e sé, china sul tavolo in cucina a sbucciare i fagiolini e lessare le patate. Unici due elementi oltre al basilico di quell’orto di fronte al cortile che lei chiama “la mia Genova”. Una città in festa oggi, perché  c‘è da aggiungere un “pesto” a tavola e far contenta la chica “Isabelita”. 19 anni ed un bel caratterino. L’appellativo glielo diede la prima volta nonno Ugo, a causa del suo forte temperamento e della sua arroganza innata che tanto gli ricordava la più nota “Isabelita” moglie del presidente Peron.

Mamma Rosita al piano di sotto prepara la tavola e mette a bollire l’acqua col solito rituale. “Qui si siede Francisco, qui Isabelita, poi i bambini, Miguel……”. 7 posti per 6 ospiti.

Miguel è in giardino con Nestor e Claudio, i suoi nipoti. Hanno 11 e 9 anni, passati tutti tra scuola e pallone. “Mi raccomando quando arriva Francisco non tirate verso la sua macchina, almeno per oggi cerchiamo di non ci far riconoscere. Nemmeno per sentire vostra zia gridare di nuovo”. I due xeneizes però, non sembrano nemmeno fare caso alle sue parole, persi nelle proprie casacche blu e gialle a seguire il rotolio di quel pallone.  Un eredità, la passione per il Boca, radicata in famiglia grazie al nonno e poi portata avanti dal padre Angel e dallo stesso zio Miguel. I fratelli Bolano. Emigrati insieme ai propri genitori dall’Italia del dopoguerra, in cerca di fortuna nei paesi dell’America Meridionale. Pochi spiccioli, un unico sogno: ricominciare. Vite da mediani, vissute come ingranaggi dietro ad un nastro che al 31 del mese profuma tanto di libertà e ti permette se ti chiami Angel ti portare a cena la tua amata Rosita, se ti chiami Miguel di trovare casa a “la Bombonera”.

 

“Eccolo, eccolo, arriva. Come sto nonna?”.

“Sei bella come sempre, mio amor”.

Dietro l’angolo in fondo al viale che porta a casa, il motore della Ford Falcon dell’amato Francisco è musica per le sue orecchie. Grigia e luccicante, è tirata a nuovo per le grandi occasioni. Tutt’altro effetto invece ha per le altre due donne di casa, a cui quel modello riporta dietro al 23 di agosto del lontano 1976. La notte in cui la storia della loro famiglia è cambiata per sempre.

 

Stavano seduti a tavola pure quella sera, a festeggiare gli 82 anni di nonno Ugo. Papà aveva comprato una bottiglie di spumante nel mercatino all’angolo e Nestor e Claudio sedevano in posa sulle gambe del festeggiato per la classica foto di rito. Una Ford Falcon di colore verde miliare priva di targa, gira alle spalle del barrio e si dirige silenziosamente al numero 13 di via Alvear. I 4 militari che vi si trovano dentro, hanno un unico obiettivo: Angel. C’è un prezzo da pagare per la sua militanza nel gruppo dei Montoneros, i ribelli che avevano lottato e contrastato contro il regime argentino del generale Videla.

“Morirà il numero di persone necessario a ristabilire la pace nel paese” diceva. Ed in effetti il generale tenne fede alle sue parole con una tecnica innovativa per il mondo intero: il silenzio. Evitare l’impatto mediatico del generale Pinochet in Chile, portando avanti rapimenti di estremisti e militanti in assoluta segretezza, così da fare fuori tutti gli oppositori e garantire per lungo tempo al regime militare argentino una sorta di “invisibilità” agli occhi del mondo.

Entrano in casa a volto scoperto, senza nessun permesso o autorizzazione. Angel non fa in tempo e togliere la bottiglia dal frigo che uno dei quattro col retro della pistola lo colpisce alla nuca. Il corpo cade a terra immediatamente, tra le grida di mamma Rosita e della piccola Isabela. Nonna Maria assiste impassibile. Nessuna parola. Il realizzarsi di un incubo che da tempo tormentava le sue notti, e che da quella notte in avanti continuerà a perseguitarla.

A niente sono servite le ricerche in città e nelle periferie. A niente è servito il lavoro di un avvocato e di un investigatore privato, pagato coi risparmi di una vita. Perché in Argentina a cavallo degli anni ’80 funziona così: un giorno ci sei, un altro “Desaparecido”. Oltre 30.000, stando alle stime fatte nel corso degli anni. Una giustizia cercata soprattutto dalle mogli e dalle mamme degli scomparsi che da oltre 30 anni si riuniscono con i loro fazzoletti bianchi in Plaza de Mayo a portare avanti una battaglia pacifica, in ricordo dei propri cari ma anche delle donne che come i loro figli sono divenute “Desaparecidos”.

 

Non è mai scomparsa invece la speranza che un giorno Angel possa fare ritorno a casa. E a casa Bolano si apparecchia sempre per uno in più.

“Signora Rosita il pranzo è stato davvero ottimo”.

“Guarda Francisco che il merito non è tutto mio. Ringrazia pure nonna Maria”.

“Lascia stare Francisco. Piuttosto sii esigente con Isabelita.”

“Certamente” risponde il ragazzo, ricevendo una pedata sotto al tavolo dalla futura sposa.

“Vi ringrazio ancora ma devo tornare a lavoro”.

“Senti, ma perché non dai un passaggio a nonna Maria” dice Isabelita con un tono a cui è difficile dire di no. “Tu lavori in zona Plaza de Mayo e lei deve andare proprio lì.”

“Lascialo stare quel povero ragazzo, ha fretta, fallo andare”.

“Ma no signora Maria, si figuri, non è affatto un problema”.

“Francisco, lascia perdere. Prendo il 43 che in tre fermate mi porta direttamente lì” insiste la donna.

“Nessun rifiuto. Accendo la macchina e partiamo”.

 

Salutati quindi tutti i commensali e fatti gli onori di casa Francisco e Nonna Maria si dirigono verso la Plaza. E su quella macchina su cui Maria aveva promesso non avrebbe mai più messo piede, adesso si ritrova a distanza di anni afflitta dagli acciacchi e dall’età. Che mai però l’hanno ostacolata nella sua battaglia in ricordo del suo Angel. A raccogliere in quel fazzoletto bianco che le avvolge la testa sudore e stenti.

Perché anche se orfane di figlio si è madri. E lo si rimane per sempre.

 

Paolo David

 

 

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