Paolo David

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Paolo Borsellino e la mia Fiat Uno

Per Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

 

Avete presente la serie televisiva sul Commissario Montalbano? Esatto, quella con Luca Zingaretti, Mimì e Catarella, E avete presente l’auto di Montalbano? Dai non è così difficile, vi do un aiutino. Sembra TIPO quella che avete visto tante volte parcheggiata nel vostro quartiere, o TIPO quella con cui vostro zio tante volte vi ha portato a fare la classica gita a mare. Avete trovato la soluzione? Più che altro l’avete intravista (il grassetto non è venuto benissimo). La “ Fiat Tipo”, la mitica “Tipo di Montalbano“. La stessa con cui il Commissario va alla ricerca di prove e indizi tra Vigata e Montelusa per catturare qualche mafioso, il cui cognome viene sempre storpiato da Catarella. E giù risate.

 

Molti di voi non sanno però che il nome originale della Fiat Tipo è in realtà “Fiat Tipo Due”. Perché esiste pure una “Fiat Tipo Uno”, messa sul mercato anni prima della fabbrica torinese e che agli inizi degli anni ‘90 entra a far parte della mia vita. Il suo vero nome è “Fiat Uno”. La Fiat Uno, dati alla mano, è ancora oggi l’ottava auto più venduta al mondo con quasi 9 milioni di veicoli venduti in Italia e non solo. Anche se non può essere paragonata con le auto di oggi, anche se non ha l’aria condizionata, la radio di serie e gli airbag, anche se lo sterzo è talmente duro che ti sembra di guidare un camion, rimane sempre la mia “prima auto”, ed il primo amore non si scorda mai.

 

Confrontando però le statistiche la Fiat Uno rimane anche uno dei modelli più rubati di sempre. Ed è proprio del furto di una Uno che voglio parlarvi. Di un furto che andava fatto è che invece…. è stato fatto, ma con un modello diverso. Un furto che mi piace pensare, in chiave ironica, avrebbe potuto salvare la vita ad una persona di un certo TIPO : il suo nome è Paolo Borsellino.
Il 1992 italiano è un anno ricco di tensioni: le prime indagini su Tangentopoli, le dimissioni di Cossiga, la strage di Capaci nel mese di Maggio. Il paese è in subbuglio. Erano anni ormai non si vedeva una primavera così ricca di instabilità. Ma l’avvicinarsi dell’estate porta nelle teste degli italiani una voglia di voltare pagina o almeno di dimenticare, con la bella stagione in arrivo, tutto ciò che è successo nei mesi addietro. Whoopi Goldberg in abito da suora sbanca nei cinema col suo “Sister act”, Luca Carboni vince il Festivalbar con la sua “Mare, mare”, la Danimarca per la prima volta nella storia del calcio vince l’europeo partendo da sfavorita. Tutti pensano ad una svolta. Tutti tranne il nostro Paolo, che dopo avere perso l’amico di sempre Giovanni Falcone, vive i suoi ultimi 57 giorni tra la rassegnazione e la paura. La stessa che non lo ha mai accompagnato nel corso della sua vita e che adesso si materializza davanti ad un campanello. Quello di Via D’Amelio con su’ scritto il nome della madre. Quello che una mattina del 19 luglio 1992, esattamente 26 anni fa, segna la fine della sua vita. Novanta chili di tritolo inseriti in una Fiat 126, azionati tramite un telecomando a distanza, esplodono uccidendo il giudice e la quasi totalità della sua scorta.
La Città di Palermo capisce da quel momento che la Mafia esiste davvero, che fa parte della nostra società e che come un cancro la mangia da dentro. Lo dimostrano le monetine e gli sputi rivolti ai politici e ai rappresentanti del Governo il giorno dei funerali della scorta di Borsellino. Mai vista una Palermo così. Mai vista tanta gente gridare in un solo coro “Fuori la mafia dallo stato” davanti Piazza San Domenico (https://www.youtube.com/watch?v=rr5umA_cEp8).

Non preoccupatevi se cercando “mafia” Google suggerirà “forse cercavi Stato Italiano”. E’ normale, quelli di Google che ne capiscono di mafia. Quella è solo cosa nostra, appunto.

 

Il furto della 126 fu commissionato da Gaspare Spatuzza, boss mafioso di Brancaccio, che soltanto nel 2008 svela tutti i retroscena. Il pentito racconta come preparano la strage, giorno dopo giorno:

 

“Avrei dovuto rubare proprio una 126. Era prima di mezzanotte. L’abbiamo trovata in una stradina che collega via Oreto Nuova con via Fichi d’India. La macchina era sul rossiccio, quindi attraversiamo verso Brancaccio e la portiamo in un magazzino di Fondo Schifano”.

 

Li incontra da solo il suo boss, Giuseppe Graviano, che lui chiama “Madre Natura”:

 

“Mi fa un sacco di domande: mi chiede di questa 126… dove l’avevo rubata, se era intestata a persone di nostra conoscenza e gli ho detto di no, se qualcuno l’aveva già cercata e gli ho detto ancora di no. Gli ho spiegato che c’era la frizione bruciata, e per bruciare la frizione in quel genere… sicuramente la macchina era di una donna perché le donne portano i tacchi… quindi hanno il problema di staccare la frizione. E poi gli ho anche detto che ci ha… il problema della frenatura… che freni non ce ne ha… lui mi dice: ‘Puliscila tutta e vedi di levare tutti i santini e anche l’immagine di Santa Rosalia’. Io quindi la pulisco tutta… levo tutti i segnali di riferimento che si poteva e ho bruciato i documenti, fogli, tutto quello che esisteva l’ho bruciato… anche un ombrello”.

 

Spatuzza rivela in un’altra intervista (http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-borsellino-quater/58528-strage-via-d-amelio-archiviata-indagine-su-narracci.html) che tra le auto che il clan aveva messo a disposizione per l’attentato c’erano anche due “Fiat Regata” e una “Fiat Uno”. Eccola lì.

Leggendo in questi giorni le parole dell’intervista ho ripensato cosa ha portato i mandanti a scegliere tra la 126 e la Fiat Uno. Poi dopo un attenta analisi ho trovato la risposta: il bagagliaio.

La Uno ha tanti vantaggi e svantaggi, ma il bagagliaio è uno dei suoi lati peggiori. Non vi entra niente. Ho difficoltà spesso a mettervi dentro due valigie, figuriamoci mettere dentro tutta quella dose di tritolo. Eppure mi sarebbe piaciuto vedere la stessa scena a macchine invertite. E assistere alla scena di un campanello che suona, una mamma che risponde “Sali !“ e una spia luminosa che si illumina. Stavolta non per accendere un tasto di un telecomando, quanto la testa di quel mafioso, che credo nemmeno il miglior elettrauto del mondo possa riuscire ad aggiustare.

 

Boom.

 

“Catarella, quante volte ti devo dire che la porta non devi sbatterla così !“

“Commissario, mi scusassi, ma c’è un certo Dottore Borsellino che vuole vederla”.

“Catarella, siamo sicuri che si chiama Borsellino? “

“Certo certissimi signor Commissario. BO-RSE-LLI-NO. Iddu è. Dice che vuole parlare con lei di persona personalmente. Deve denunciare di un pacco bomba inesploso contenuto in una Fiat Uno parcheggiata davanti casa di sua madre. Chi ffa’, u fazzu trasiri ? “

“ E fallo entrare, vediamo cosa ha da raccontarci”.

 

Esattamente una settimana prima, un altro modello di Fiat Uno, corre direzione Ospedale civico di Petralia Sottana. La formazione prevede mio padre alla guida, la borsa col necessario per il parto dietro (provare ad infilarla nel bagagliaio nemmeno a parlarne) e accanto mia madre con in grembo un altro Paolo, autore di queste righe che mi auguro caro Lettore ti abbiano strappato un sorriso ed una riflessione sul Giudice Borsellino. Credo lui voglia essere ricordato così.

Lo stesso autore che spera che la sua Fiat Uno tenga ancora a lungo. Anche perché senza quell’auto oggi non avreste potuto leggere questo articolo.

 

Paolo David

 

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