Paolo David

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Tutta colpa di mio padre

Credo siano molti i padri in giro per il mondo ad aver sperimentato il rifiuto più crudele: vedere i propri figli tifare un’altra squadra. Mio padre che forse temeva di essere tra questi, ha risolto la questione con una tattica niente male, basata su una chiave che venti anni fa ha avuto facile successo su due bambini come me e mio fratello: il ricatto.

Se non tifi Juve dormi nel balcone! Se non tifi Juve niente figurine! Se non tifi Juve oggi non mangi!

Chissà se il Telefono Azzurro negli anni ‘90 aveva già una copertura nazionale. Chissà pure se mia madre, oggi a capo dell’ufficio relazioni col vicinato, aveva capito all’epoca la gravità della situazione. Di certo quell’uomo (che di bianco e di nero aveva già tinti i capelli) ha raggiunto il suo obiettivo. L’educazione si impara sin da piccoli ed in fondo la nostra prima parola non è mica certo stata “mamma” o “papà” (fonti vicine riportano “Baggio” e “Ravanelli”).

 

I miei familiari e i miei amici sanno, ed hanno capito dopo anni di esperienza snervante, che il calendario delle partite ha sempre l’ultima parola su qualsiasi progetto: battesimi o matrimoni che in altre famiglie avrebbero senza alcun dubbio la precedenza, possono essere pianificati solo previa consultazione. E non c’è nulla di strano dal nostro punto di vista, ne una logica pagana cui chiedere il conto, perché Caro Lettore noi tifosi siamo fatti così. Siamo dei malati.

 

Molti di noi non hanno mica scelto i loro club, vi sono stati semplicemente appioppati. Perché se avessi potuto scegliere uno sport da seguire oppure praticare, magari oggi farei equitazione o forse perché no il cricket. Invece chiedo venia, credente di un Dio che ha la forma di un pallone e due colori da professare. Parte di un club, che è parte di me. E dico questo perfettamente consapevole del fatto che il club mi sfrutta, non tiene in considerazione le mie opinioni e talvolta sfrutta le mie debolezze.

 

Come questa estate, quando se ne sono usciti con sta storia di Ronaldo. Ma non sanno forse che tra Giugno e fine Agosto il tifoso va in ferie? Non bastava forse alle nostre coronarie vedere indossare un’altra maglia a colui che della nostra porta è stato il Santo Protettore negli ultimi 20 anni?

No, forse no.

E quindi l’ “arriva o non arriva”, “100 o 120”, “ne vale la pena oppure no”, lo sciopero e l’annunciazione. Di trasmissione in trasmissione, di sito web in redazione, il nostro tempo e la nostra pazienza sono andate via svanendo.

Tutti dietro al nuovo profeta, di certo Cristiano e di certo un campione.

 

Che prima ancora di sposare una Signora, Vecchia nell’animo ma di giovane e bello aspetto, ha sposato il nostro orgoglio e l’odio delle altrui tifoserie.  Perché in fondo il club significa più per noi che per i calciatori. Dov’erano loro 20 anni fa? Dove saranno tra altri vent’anni ?

Noi in uno stadio o davanti ad un televisore. Che ci vede crescere in età ma non di certo in sapienza e grazia. Che ci ha presi allora bambini e oggi ci ritrova ancora tali.

 

Siamo noi ad averne sposato i colori. Ad avere gioito per le sue vittorie e provato dolore per le sconfitte. Ad averla presa in cura di fronte ogni attacco ed averne tratto forza nei momenti più difficili. Ad avere detto si ad un matrimonio che non va mai a finire.

In salute ed in malattia.

Fino alla fine.

 

Paolo David

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